l'éclat

 

Giorgio Colli, il paradosso dell'editore

 

Michel Valensi

 

 

Ce texte a été lu lors d'une journée d'études consacrée à Giorgio Colli à l'Institut Culturel Français de Florence en 1991. Y participaient Jean-Pierre Vernant, Yves Hersant, Massimo Cacciari, Sandro Barbera et Michel Valensi. Tous les enregistrements de cette journée ont été effacés malencontreusement par le technicien du son du centre... les contributions de Jean Pierre Vernant et de Massimo Cacciari, improvisées à cette occasion sont définitivement perdues... verba volant...

Stilla la goccia
del dolore,
avvizzisce la corolla
lucente dell'illusione,
gli invincibili, li si uccide
con il silenzio.

Ritornano le albe
color di perla,
e il cuore è ancora vivo,
si sbiancano i muri
e più neri si fanno i contorni
degli alberi, mentre dall'abisso
sale la luce.
L'oblio è il più grande nemico,
ma se gli dèi si sono mostrati
sul tuo cammino,
l'oblio è sconfitto.

- Sai che cos'è l'anima?
- E una parte del corpo.
- Forse, ma in quella parte
abitano gli dèi.
- Ma che differenza c'è tra dei e uomini?

Il battito di ciglia
apre la diga,
e si precipita
l'acqua del ghiacciaio.
L'immagine di gioia
non morirà:
il resto non conta.

 

Questa poesia è di Giorgio Colli. Era stata scritta il 30 Agosto del '76 su un foglio a parte che fu poi piegato ed inserito nel famoso menabò rosso, e fu publicata nella Ragione errabonda (1) nel '82, quindi tre anni dopo la morte dell'autore. Questa poesia non ci era destinata — come neppure ci erano destinate le pagine della Ragione errabonda alle quali, però, mi referirò quasi esclusivamente oggi per evocare il lavoro editoriale di Colli, o per essere più preciso ciò che mi appare come il suo paradosso. Paradosso di un «editore» come dicono gli inglesi, «curatore», come dicono gli italiani: «colui che prende cura di» — e si potrebbe quasi dire che «guarisce» il testo del suo male intrinseco, cioè il fatto stesso che sia stato scritto. L'editore, restituendolo ad un pubblico anonimo, gli ridarebbe cosi la sua forza propulsiva, cioè un pò della sua oralità originaria, della sua destinazione, lo libererebbe facendolo libro destinato alla folla. Ciò, ovviamente, nel migliore dei casi (caso sempre più raro).

Il paradosso dipende dal fatto che in più pagine della sua opera — e senza dubbio più puntualmente nella sua opera postuma, e quindi non destinata alla pubblicazione, e forse neanche alla lettura —, Giorgio Colli dichiara la sua diffidenza, direi quasi la sua ostilità rispetto allo scritto. Potrebbe quasi fare pensare a un Epimenide editore che dichiari : «editori, mentitori sempre, bestie spregievoli, oziosi ghiottoni!» (cito, s'intende, dalla traduzione colliana della prima testimonianze su Epimenide.)
Nel suo menabò, Colli nota : «Oggi si pensa: ciò che io dico, posso anche scriverlo, e non soltanto sara la stessa cosa, ma acquistera un'importanza assai maggiore. Questo pensiero è catastrofico per la cultura umana. (...) L'affidarsi alla stampa porta il mondo verso la solitudine. L'uomo moderno scrive i suoi pensieri, le sue poesie, ecc. ed aspetta o la gloria da parte dei molti (uno spettro) o una risonnaza nei pochi. Ma questi non leggono, o leggono quando l'autore è già morto. La solitudine in parte è necessitata dalla nostra società, in parte è ottenuta con una technica raffinata (ma ignara) dell'autore stesso. Se parlasse invece di scrivere, non sarebbe solo.»
(2)
Si potrebbe pensare a un tratto di tracotanza da parte di un uomo che si è consacrato per tutta la vita non solo alla scrittura, ma soprattuto alla pubblicazione di scritti altrui. Lo si potrebbe accusare di impostura se si volesse considerare questi fatti (la diffidenza rispetto alla scrittura e il lavoro editoriale) solo in un rapporto di simultaneità passiva, mortifera. Questa simultaneità ci appare invece attiva, vivificante, cosi come La Persuasione e la rettorica di Michelstaedter puo sembrarci un inno folgurante alla vita. In un suo saggio sul Goriziano
(3), Cacciari ha sottolineato che «l'assenza di ogni radice non produce, nel consapevole paradossale-antinomico linguaggio di Michelstaedter, alcun pessimismo. Michelstaedter (proprio lui, suicida a ventitre anni) con più forza, con più convizione è perfettamente estraneo all'aura del pessimismo. Se la vita è volontà di vita, e percio deficienza e dolore, occorre portare tutto il peso del dolore e trarre da questo peso la gioia e la vita».
Nello stesso modo — e i paragoni con Michelstaedter non mancheranno nel mio breve esposto
(4) — Colli facendosi portatore di tutto il peso dello scritto, trae, e ci fa trarre da questo peso, la gioia e la vita di ciò che nello scritto rimane parola viva, proponendosi, secondo la sua bella espressione, di «inventare vita immediata»(5).
La questione è quella della necessità della parola scritta (o addirritura della sua publicazione). Qual'è la «parte del silenzio» nella storia della letteratura? Cosa diventano questi «pensieri» che non si scrivono, dice Patrizia Farazzi
(6)? questi «libri muti» (Bergamin)? cosa diventono questi scritti non destinati? e se fossero destinati, ci direbbero la stessa cosa? la poesia non è forse ciò che rimane senza destinatario? non ne trae appunto la sua forza? la sua irreducibilità?
»Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» ha scritto Wittgenstein alla fine dell'unico libro che ha pubblicato da vivo, e benchè sia un autore apparentemente lontano dalle frequentazioni di Colli, non mi sembra inutile chiamarlo a testimone per questa diffidenza verso lo scritto.
Porro quindi due domande: la prima: tenendo conto di questa diffidenza che crediamo sincera, cosa ha spinto Colli a farsi editore dei testi che conosciamo, da Aristotele a Nietzsche fino a Dioniso o Orfeo, ecc.? La seconda: Quale era la sua mèta, quando cedeva lui stesso alla tentazione di scrivere libri? quattro in tutto ma pur sempre quattro.
Montinari ci dà, mi sembra, un elemento di risposta quando nella conferenza di apertura di un precedente colloquio organizato da Sandro Barbera e Giuliano Campioni a Pisa nel 81, dichiara che Colli era inanzi tutto un uomo d'azione. Montinari dice «Non nella scrittura vedeva Giorgio Colli il fine della sua vita, bensi nell'azione. E l'azione cui egli aspirava non era azione politica, neppure nel senso più alto che questa parola potrebbe avere, bensi era la formazione di una communità di eletti e di eguali, uniti sotto il segno della cultura. Cultura intesa come vita filosofica secondo un modello antico, classico, greco....
(7)» e Montinari enumera tre azioni di grande ampiezza tra il 49 e il 69 : 1° La collana dei classici della filosofia dalla Einaudi nella quale furono pubblicate le traduzione della Critica dela ragione pura di Kant, e l'Organon di Aristotele. 2°) La Biblioteca degli autori classici nella quale Colli pubblicò più di cento titoli, dalla edizione delle Upanishads classiche fino ai testi di Einstein sulla relatività, e rimando al volume adelphiano che raccoglie le sue prefazioni, di cui esiste oggi anche una traduzione francese da Christian Bourgois(8) 3°) L'«azione Nietzsche» come la chiama Montinari e che, malgrado le difficoltà, ebbe la risonnanza che si sa, anche se oggi in Francia ( e mi dicono anche in Italia) ci sono ancora editori capaci di rippublicare la Volontà di potenza, tale quale era stata preparata dalla sorella di Nietzsche, senza neanche accenare al lavoro di Colli e di Montinari(9). Aggiungerei l'«azione Sapienza greca», che, anche se incompiuta, constituisce una formidabile pietra lanciata nel cielo della filosofia e di cui si puo dire che non è ancora ricaduta.
Ritengo importante nella citazione di Montinari una formula: «communità di eletti e di eguali». Questa formula ci permette di rispondere in parte alla seconda domanda, che è senz'altro molto più delicata della prima.
Communità di eletti. «Âgathon philîa» direbbe Michelstaedter, che si oppone nell'opera del Goriziano alla «koinonia kakon» — la «communella dei malvagi», quelli che si fanno i banditori della rettorica, nel senso di Michelstaedter, nella vita. E lì l'«azione» Colli si fa più precisa, più polemica: far pendere il peso dello scritto non più verso la rettorica della vita, ma verso una parola originaria, un logos che sia «espressione di qualcosa di sconosciuto»
(10). A nessuno come a Colli si applica così bene la prima frase della Persuasione e la rettorica: «Io so che parlo perchè parlo, ma che non persuadero nessuno». Nessuno di quelli che si affidano al discorso spurio dell'uomo di scrittura. Rettorica a sua volta, il discorso di Colli che, per iscritto, contesta lo scritto, come puo sembrare rettorica la tesi di Michelstaedter stesso — lo ha sottolineato Cacciari — se non si tiene conto dello incipit delle Appendici critiche «Con le parole guerra alle parole / siccome aure nebbiose l'aria varia / disperde, perché pur il sol risplenda; / la qual per suo valore non s'avanza».
Cosi ci spieghiammo meglio questo paradosso dell'editore, che dopo il moltiplicarsi all'infinito dei commenti, l'avvento della Storia, vuole prendere di contro-piede il discorso storico, riprendendo la fiaccola del Nietzsche inattuale, collocandosi in modo risoluto «Dopo Nietzsche». Colli, sempre nella Ragione errabonda in un paragrafo intitolato «la storia è un segno di morte» nota: «L'enorme proliferazione della storiografia negli ultimi due secoli non è il frutto di un estenzione conoscitiva, ma al contrario la conseguenza del dissecarsi, dell'inaridirsi del pensiero europeo. Quando l'astrazione perde ogni collegamento con il tessuto sensibile onde sorge, quando l'immaginazione è assente, si scatena una storiografia com'è quella moderna, in tutto e per tutto una speculazione su idee astratte, su enti fitizzi. Il raccoglitore di dati storici è onesto; ma lo storico non raccoglie, interpreta questi dati secondo concetti. Nonostante tutta questa storia, paradossalmente, oggi non c'è nessun interesse per il passato. Ogni passato ormai si giustifica solo nel suo adattamento a un presente astratto.
(11)»
Mi perdonino gli storici, queste parole non erano destinate alla publicazione, né forse alla divulgazione. Ma dobbiamo essere grati alle edizioni Adelphi di non aver dato retta a Colli, come ad Enrico Colli di avere disubidito a suo padre, oppure di avere ubidito all'ordine silenzioso di un padre che gli comandava (o raccommandava) di non ubidire.. Queste parole, forti, terribili, ci fanno ricordare che «Polemos di tutte le cose è padre, di tutto poi è re».
Ed è questo Polemos implacabile la lezione di Colli editore, la lezione di Colli agli editori: «Ora abbiamo il libro, dice Colli, e non possiamo servirci che di questo «surrogato». Dobbiamo appunto servircene, in modo di farlo risultare nient-altro che un surrogato»
(12).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Giorgio COLLI, La ragione errabonda, a cura di Enrico Colli, Adelphi, Milano 1982, § 803.questo libro è stato pubblicato in francese in tre volumi : Philosophie de la distance, Philosophie de contact, Nietzsche, traduzione Patricia Farazzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. RE § 85; Philosophie de la distance, § 85.

 

 

 

 

 

 

 

 

3. M. CACCIARI, «Interprétation de Michelstaedter « in DRÂN, L'éclat, Combas 1992

4. Sui rapporti tra Michelstaedter e Colli, cf. Sandro BARBERA, «Una filosofia della communicazione» in Giorgio Colli, a cura di Sandro BARBERA e Giuliano CAMPIONI, Franco Angeli, Milano 1983.

5. RE § 499; Philosophie de la distance, § 499.

6. Patricia FARAZZI, Stella Memoria, Pierre Bordas & fils, Paris 1985.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. «Souvenir de Giorgio Colli», in Giorgio COLLI, Philosophie de l'expression, L'éclat, Combas 1988, p. 220.

 

 

8. Giorgio Colli, Per una enciclopedia degli autori classici, Adelphi, Milano 1982. [tr. fr. J.-P. Manganaro et D. Dubroca, C. Bourgois, Paris 1989].

 

9. Si veda M. Montinari, La volonté de puissance n'existe pas, l'éclat 1996.

 

 

 

 

 

10. G. COLLI, Philosophie de l'expression, l'éclat, 1988, p. 29.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11. RE § 653; Philosophie de la distance, § 653.

 

 

 

 

12. Philosophie de la distance, § 86.